Sul futuro delle biblioteche e dei bibliotecari


Un saluto ufficiale di Waldemaro Morgese, come presidente AIB Puglia

con alcune sue riflessioni  esposte al Corso di Laurea Magistrale Interfacoltà su informazione e sistemi editoriali.

TESTO INTEGRALE (concesso dall’autore) che si trova anche in:

http://www.casinamorgese.sitonline.it (andate all’area STAFF).

“Gli scenari editoriali della conoscenza. I luoghi del libro dalla censura all’ebook”

Tavola rotonda – Corso di Laurea Magistrale Interfacoltà in Informazione e Sistemi Editoriali.  Bari, Palazzo Ateneo, 24 maggio 2011

Saluto di Waldemaro Morgese – Presidente AIB Puglia[1]

Seth Godin, guru statunitense del marketing applicato, nel suo blog[2] valutato fra i primi 100 più consultati nel mondo, ha scritto di recente un post sul futuro delle biblioteche e fra l’altro ha formulato queste due osservazioni:

1)      Fra 5 anni negli USA gli ebook reader costeranno quanto un rasoio Gillette e gli ebook meno delle lamette

2)      Gli studenti  avranno sempre più bisogno di un bibliotecario (per scoprire modi creativi di trovare e utilizzare i dati), ma sempre meno bisogno di una biblioteca intesa come deposito di documenti (perché le risorse informative online saranno molto più aggiornate e sempre meno costose).

Per meglio chiarire il suo pensiero su questo particolare Knowledge Worker che è il bibliotecario e sulla sua “casa” che è la biblioteca, Godin ha elaborato un concetto meraviglioso:  LA MISSIONE DEL BIBLIOTECARIO NELLA SUA CASA (LA BIBLIOTECA) E’ DI ASSUMERE IL MONDO DEI DATI, COMBINARLO CON CHI VIVE NELLA COMUNITA’  E CREARE VALORE.

Naturalmente il “mondo dei dati” non è da intendere in senso statico, ma anche dinamico: ciò accade in modo specifico quando la Bibliotecacrea i dati, diventando editor, film-maker, etc.

Potrei osservare che Godin ha teorizzato la figura di un eco-bibliotecario e di una eco-biblioteca: cioè di un bibliotecario e di una biblioteca immersi proattivamente nel paesaggio naturale e/o artificiale del proprio territorio, della propria comunità.

Insomma, non abbiamo più bisogno “di impiegati che fanno la guardia a carte morte” (è sempre Godin a esprimersi).

Non abbiamo più bisogno, in sostanza, di bibliotecari semplici custodi dell’informazione cartacea: d’altra parte il dispaccio ANSA del 19 maggio scorso ci ha segnalato l’annuncio ufficiale di “Amazon” di pari data, secondo cui la vendita dei libri leggibili sul suo ebook reader  ha sorpassato quella dei libri in formato cartaceo disponibili nel suo catalogo: e Jeff Bezos, fondatore e CEO di “Amazon”, ha osservato che i libri cartacei “Amazon” li vende da 15 anni, mentre quelli per il device da meno di 4 anni.[3]

Questo accade oggi in USA e – suppongo – accadrà a breve da noi, anche se sul “futuro del libro” è giusto avere, per la fase di transizione di cui per verità non conosciamo la durata, una posizione equilibrata quale quella espressa da Robert Darnton nella sua opera del 2009 oggi tradotta anche in Italia[4]: in fondo è pur sempre vero, come nota Darnton, che il digitale presenta problemi seri di volatilità (“col tempo i bit si degradano”) e che, ad esempio, “abbiamo perso l’80% di tutti i film muti e il 50% di tutti i film girati prima della seconda guerra mondiale”.

Riguardo alla fase di transizione, su cui come già accennato c’è ancora molta incertezza, qualcuno azzarda previsioni: a Milano, giorni  fa, nel presentare l’edicola virtuale “Orbyt” di “Unidad Editorial”, il gruppo spagnolo controllato da “RCS MediaGroup”, si è sostenuto che il medium virtuale forse potrà riconquistare il rapporto interrotto con il lettore di quotidiani: Pedro Ramirez, direttore de “Il Mundo”, ha ripreso uno studio di scenario americano che fissa al 2024 l’anno più l’anno meno in cui i giornali cartacei diventeranno irrilevanti in Spagna e al 2027 per l’Italia. Insomma il quotidiano cartaceo potrebbe già diventare irrilevante fra 20 anni.[5]

Dunque, qualunque siano le nostre convinzioni, il futuro anche prossimo ci riserva grandi sconvolgimenti che incideranno a fondo su quella filiera del Knowledge che si raccoglie direttamente[6] attorno al libro, al documento cartaceo: autori (in generale i creatori del content), editori, tecnologi e creativi vari, tipografi, distributori, librai (in generale venditori), bibliotecari, lettori.

Una filiera che presenta due risvolti importanti, uno per così dire “profit” (materiale) e mi riferisco al mercato di transazioni economiche che la filiera alimenta, ma anche uno “noprofit” (immateriale) e mi riferisco alle osservazioni di tutti coloro che considerano questa filiera decisiva  per  la vitalità della democrazia, che appunto non può vivere senza partecipazione informata e consapevole, senza Knowledge appunto (perché la partecipazione disinformata conduce alla corruzione caudillistica della democrazia).[7]

Ho pronunciato qui qualche parola in più sui bibliotecari e le biblioteche, per dovere di rappresentanza. Ma nessuna figura  della filiera sarà risparmiata in una epoca storica in cui, come del resto ha detto al lancio di “Orbyt” Jesus Echevarría, top manager di “Zara”, il consumatore è sovrano, è al centro, nel mondo dell’informazione come in quello della moda: il consumatore, così come decide i tempi delle notizie perché vuole leggerle il giorno prima e non dopo 24 ore come avviene con il giornale cartaceo, allo stesso modo fa anche lo stilista decidendo che moda indossare.

La circostanza che il consumatore sia al centro ha una forte implicazione con quella che chiamerei “l’enfatizzazione dell’immediatamente soddisfacente”, anche perché nella nostra epoca per l’immediatamente soddisfacente ci viene in soccorso la scienza, la tecnica, le nuove tecnologie: da una biblioteca, formulo solo un esempio, oggi il giovane utente  fugge subito se l’informazione documentale disponibile è obsoleta, insufficiente, inadeguata; se poi il bibliotecario è incapace o un semplice “impiegato” allora non vi torna più!

Questa problematica, che in modo inesorabile e severo decreterà sempre più – soprattutto nel mercato – grandi fortune ma anche grandi rovine, è stata ripresa di recente da un acuto conoscitore del ceto medio, che poi è il ceto-pilastro della filiera del Knowledge:  mi riferisco a Gian Paolo Prandstraller; nel suo ultimo libro[8] Prandstraller ha sostenuto che le esigenze cognitive e psicologiche del rinascente ceto medio si basano su tre orientamenti di cui uno è di certo quello di far riferimento “all’unico sapere che ha dimostrato di realizzare effettivamente gli scopi: la scienza”, “sola esperienza umana che ha dato prova di saper guarire le malattie, migliorare le coltivazioni, ingegnerizzare la produzione industriale, combattere con successo la sofferenza, farci godere la vita”, quindi di essere efficace e perciò di soddisfare il consumatore.[9]

Il mio naturalmente ha voluto essere un semplice saluto per questa iniziativa organizzata nel contesto del Corso di Laurea Magistrale Interfacoltà in Informazione e Sistemi Editoriali, un saluto pronunciato in rappresentanza dei bibliotecari pugliesi riuniti nell’Associazione Italiana Biblioteche: non intendevo cimentarmi in puntuali analisi, che di certo ascolteremo proficuamente dai relatori invitati.

Ringrazio quindi gli organizzatori per aver voluto l’AIB Puglia come partner della stimolante tavola rotonda  e auguro a tutti buon lavoro.


[1] Il presente scritto può essere stabilmente consultato in: http://www.casinamorgese.sitonline.it

[3] Il dibattito sul futuro delle biblioteche e dei bibliotecari è sempre vivace: i problemi veri tuttavia non mi sembra che riguardino i supporti (cioè gli aspetti tecnologici), ma i ruoli, le funzioni, le “mission”. Lo stesso Shiyali Ramamrita Ranganathan, nel suo Le cinque leggi della biblioteconomia, edito nel 1931, osservò: “Chi può dire se, un giorno, la disseminazione della conoscenza, che è la funzione vitale delle biblioteche, non potrà avvenire persino attraverso l’uso di altre risorse, diverse dai libri stampati?” (questa citazione è stata felicemente evidenziata da Mauro Guerrini in Libraries are for users, su “Bollettino AIB”, vol. 50, n. 4, dicembre 2010, p. 357).

[4] Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi 2011.

[5] Pur se queste congetture di scenario sono da assumere cum grano salis, anche perché sono sempre da ri-articolare su base territoriale planetaria (globale). Significativamente, il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha osservato che a livello globale, si suppone per quanto sta accadendo in alcune aree non OCSE, la circolazione del giornale cartaceo invece cresce. Cfr. Non lasciate i mercati senza le giuste regole, intervista di Armando Massarenti ad A. Sen, su “Il Sole 24 Ore” del 24 maggio 2011, p. 19.

[6] Indirettamente la filiera è ancor più ampia: citerei ad esempio, fra gli altri, gli operatori della Scuola.

[7] A questo proposito Martha C. Nussbaum, brillante esponente della scuola giuridica di Chicago, ha di recente sostenuto che è l’approccio umanistico a nutrire in modo significativo la libertà di pensiero e di parola, quindi la democrazia (cfr. M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino 2011). Che il Knowledge sia strategico per la democrazia credo conclusione da accettare pacificamente, mentre avrei qualche dubbio a stabilire primazìe fra cultura umanistica e scientifica, essendo a mio avviso sempre attuale l’insegnamento di Sir Charles Snow.

[8] G.P. Prandstraller, La rinascita del ceto medio, Angeli 2011.

[9] Ivi, p. 93.

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